LA VISIONE DELLA VITA

All’età di tre anni stavo piangendo sopra una panchina di ferro arrugginito di Piazza Vittorio, a Roma; i capelli ricci, lunghi, neri e dispettosi incorniciavano il viso di un bambino corrucciato e disperato; quella strana gita a Roma, in quel quartiere sporco e pieno dei cattivi odori di un mercato di piazza alimentare che stava esaurendosi, non gli garbava affatto; poi tutta quella strana gente, mai vista e, chissà perché sorridente, sempre appiccicata a offrirgli continuamente da mangiare; la stanchezza, la mancanza dei miei amichetti di paese, tutta quella confusione: un vero incubo che non cessava mai.

Sopra quella panchina tenevo le mani addosso agli occhi con molta forza e ostinazione, quasi a voler ricacciare nel cavo della vista quella montagna di lacrime copiose che sgorgava senza fine; mia madre stava pazientemente davanti a me; asciugava le lacrime senza fretta e sorrideva come se tutto andasse per il meglio e non vi fosse alcun problema.

Sorrisi anch’io, scesi dalla panchina e cominciai, felice, a giocare nel prato.

Questa immagine è la più nitida che io ricordi della mia infanzia; è una immagine ricorrente, solida, robusta; una pietra miliare nella storia vera o apparente della mia vita.

Ognuno di noi conserva immagini forti della propria infanzia; sono immagini che fanno compagnia, che danno sicurezza e spessore ad una età molto lontana, che ti accompagneranno per sempre.

Poi vi sono altre immagini; alcune ugualmente solide, stabili, durature, forti; il primo bacio, il matrimonio, la visita militare, qualche bravata, il primo lavoro, la prima automobile, e così via; ma la gran parte delle immagini della nostra vita se ne è volata via dalla nostra memoria, si è rifugiata in un antro pieno di nebbia, nascosto da qualche parte dentro la nostra testa e dorme il sonno eterno del passato remoto; sarà molto difficile che riemergano e noi, d’altra parte, non abbiamo interessi particolari a risvegliarli, a riportarli alla luce, a farli rivivere.

Questa è la nostra memoria; se togliamo i ricordi del periodo del recente passato, le ambasce familiari e del lavoro del presente o quasi, tutto il resto si configura come un sogno che vola via; attimi fuggenti, schede sfocate, flash lontani, ovattati, imprecisi, immersi nel vapore di un tempo che fù.

Tutto questo ci fa apparire il passato immensamente breve, volatile, quasi ingannevole; ci chiediamo sinceramente se abbiamo effettivamente vissuto tutto quel tempo, se veramente sono trascorse così tante stagioni, tanti anni, tanti eventi.

Il passato è come un trituratore di fatti, un compattatore di ore e di giorni, un compressore inesorabile dell’età trascorsa, un trasformatore di esistenze concrete nel nulla dei ricordi, nel vuoto indistinto e in via di allontanamento.

Tutti noi, quando volgiamo indietro lo sguardo e la memoria facciamo fatica a fissare i ricordi, a inquadrare la nostra vita trascorsa, a capire cosa possa essere successo; allora ci rifuggiamo nel presente; dilatiamo gli attimi che stiamo vivendo, li assaporiamo meglio, li condensiamo di spessore, li facciamo effettivamente durare di più; questo ci da nuovo ottimismo, nuova linfa vitale, nuova energia; ci sorprendiamo piacevolmente a pensare che il prossimo anno durerà molto a lungo: trecentosessantacinque giorni, ognuno gonfio di ventiquattro ore, ogni ora piena di sessanta lunghi, interminabili minuti.

Ho avuto occasione recentemente di sperimentare, godere e apprezzare uno di questi momenti di beatitudine: le sette del mattino, quasi buio, un vago chiarore rossastro in lontananza annuncia euforicamente l’imminente nascita di una nuova giornata e, soprattutto, la gioiosa esplosione del sole.

Una lancia di fuoco, dritta, luminosa e infinita iniziò a squarciare il cielo, seguita da un esercito di lancieri: la luce, prepotente, irrefrenabile, contagiosa si impadronì dello scenario, lo assorbì, lo contagiò di un dominio rapido e totale.

Lo spettacolo era compiuto, confortato da un tepore assorbente e dilagante; il calore riempì l’aria e tutto era bellissimo.

Stetti lì, per un tempo infinitamente lungo, ad assorbire quel tepore crescente, quelle iniezioni di energia pura; il mio corpo si irrobustiva, i piccoli dolori erano scomparsi; socchiusi gli occhi, invano; la luce si era ormai impadronita del mio involucro e vi trasmetteva dentro scariche positive di benessere e di potenza; come mi era accaduto in altre situazioni analoghe mi sembrava di essere una batteria in ricarica, una pila che si alimentava, un organismo in cui venivano immessi anticorpi salutari e invincibili.

Ebbi, ancora una volta, la più esemplare dimostrazione di cosa fosse la relatività, l’importanza del punto di vista, la forza della contingenza, la rilevanza del particolare e della soggettività

Un richiamo esterno mi ricondusse alla realtà materiale, quella scandita dalle incombenze quotidiane, dagli appuntamenti incombenti, dai richiami dell’orologio e dell’agenda.

Ma avevo fatto, ancora una volta, una esperienza straordinaria e fuori del comune; per di più spontanea; era stato sufficiente lasciarsi andare, consentire che l’energia scorresse nei suoi canali abituali, che si appropriasse delle proprie leggi originali, che seguisse il suo corso.

Che cosa è allora la vita? Quanto dura? Come noi umani possiamo gestirla? Immagazzinarla? Farla veramente nostra?

Forse quel bambino sta ancora su quella vecchia panchina di Piazza Vittorio a rivendicare i suoi insopprimibili diritti naturali; forse ci deve ancora andare; forse non ci è mai andato.

Il presente è grandioso ed ritorna sempre, anche quando dura un attimo.

La vera vita è una sommatoria di presenti che si rincorrono e si trasmettono una staffetta; Noi dobbiamo cavalcare tutti quei presenti, senza scendere mai di sella e senza distogliere mai l’attenzione.

Chi vive il presente non muore mai perché il presente c’è sempre; non è mai esistito un attimo se non nel presente; il passato è un presente consegnato agli archivi, un presente indebolito, rarefatto, derelitto, scomposto, sempre più simile ad una larva in via di decomposizione.

Il presente, inoltre, è dilatabile, estendibile, autoriproducente; soltanto noi possiamo deprimerlo o umiliarlo con le nostre abitudini e i nostri importantissimi impegni quotidiani.

Chi vive il presente in modo intenso e consapevole può essere eterno e la sua vita può configurarsi, nonostante tutte le contrarietà possibili, come una meravigliosa visione, tra la perfezione e l’immortalità.

Chi non afferra il presente e si lascia scorrere nell’indifferenza o nell’apatia  potrà, al massimo, limitarsi ad avere una visione passeggera e leggera della vita, senza pretese, in bianco e nero, miseramente.

L’espressione del viso di questi ultimi è esemplare: è priva di energia ed atteggia ogni sua piega facciale ad una silenziosa e rancorosa accettazione di quello che considera il proprio destino cinico e baro; essendo il declino fisico inevitabile, quelle espressioni mutano in peggio con il passare dell’età e contribuiscono in modo formidabile ad accentuare la fase della discesa, apportandovi nuovi malumori, nuove malinconie, nuova tristezza.

Pertanto non ci resta che seguire la prima strada, quella della consapevolezza, della semplicità, della gioia di vivere; riponendo, questa volta sì, nell’angolo più profondo della nostra memoria, tutte quelle esperienze fallaci, deprimenti e passeggere che, purtroppo, hanno affollato nel corso degli anni la nostra esistenza.

La vita deve essere una visione, possibilmente dotata di consapevolezza crescente, in moda da apprezzare e valorizzare al massimo quel patrimonio complesso e speciale di energia che il caso ci ha messo a disposizione.

 

 
   

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