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IN VIAGGIO….
Una leggera brezza mi riportò alla coscienza e alla percezione della realtà; mi risvegliai in un ambiente diverso dal solito e, direi, assolutamente originale ma anche molto ostile; fui colpito da un rumore insopportabile che mi feriva le orecchie; notai con disappunto che mi trovavo sdraiato a pancia in giù su un pianale affollato e in movimento che rullava e vibrava senza soluzione di continuità; sotto di me scorrevano liquidi maleodoranti che si mescolavano continuamente tra di loro a causa delle oscillazioni del pianale; mi accorsi con tristezza e sconcerto che si trattava delle deiezioni dei miei numerosi compagni di viaggio che, anch’essi, ondeggiavano e mareggiavano seguendo le scosse e le pieghe di quel movimento rumoroso nel quale eravamo tutti immersi. E poi quell’odore; un odore umido e freddo, quasi liquido e che si attaccava alla pelle e vi rimaneva attaccato addosso; un odore che mi annichiliva e che si impadroniva sempre più di me. Mi trovavo in una strana posizione, anch’essa diversa dal solito: la parte inferiore della mia faccia era aderente al pavimento di quel pianale e tutto il mio corpo si trovava sdraiato in una curiosa posizione supina; dovetti ritirarmi improvvisamente da quella anomala situazione perché mi accorsi che quei liquidi mi stavano letteralmente entrando nel naso e nella bocca quando, a intervalli regolari, cercavo di inspirare con foga aria fresca per riprendere fiato; stavo per vomitare, ero debolissimo; per di più la leggera brezza stava lasciando il passo a robuste ondate di aria gelida che mi frustavano la pelle e che mi stavano procurando forti brividi di freddo che mi consigliavano di cercare tepore e protezione. Così scivolai prepotentemente ma piacevolmente sotto la pancia di mia madre e lì trovai ristoro e appagamento. Mi appisolai e scivolai dolcemente in un torpore gradevole interrotto, a tratti, dai sobbalzi e dagli scossoni; continuai a rimanere in quello stato di semi incoscienza assonnata e, allora, non potei fare a meno di pensare alla mia vita di quel periodo caratterizzata purtroppo da una grave malattia giunta ormai allo stato terminale. Ricordai con infinita e malinconica tristezza tutte le sofferenze mie e dei miei cari; mi concentrai con dolore sulle espressioni piene di sconforto che vidi sui volti dei miei due figli mentre ero disteso sul letto di morte completamente rassegnato e ormai prigioniero di un abbandono cosciente e crescente che lasciava presagire la mia prossima fine. In quello stato di torpore rimasi però sorpreso dalla lontananza di quei ricordi; mi sentivo quasi indifferente alla loro drammaticità, quasi non mi appartenessero più; si trattava di ricordi sfuggenti, nebbiosi, confusi, che si stavano rapidamente allontanando. Più cercavo di trattenerli, di concentrarmi su di essi, più svanivano; i miei disperati tentativi di fissarli, di recuperarli alla memoria erano inutili; quei ricordi se ne stavano andando, si facevano indistinti, leggeri, evanescenti, impossibili da capire e da collocarli nella mia nuova dimensione. La mia attuale posizione, infatti, reclamava una urgente concentrazione sui bisogni dell’oggi, sulle necessità dell’attimo presente; erano bisogni e necessità che non riguardavano la sfera del pensiero e della riflessione, come ero abituato a fare fino a qualche tempo prima; ora dovevo occuparmi di ben altri impellenti, stringenti, materialissimi bisogni; quelli del freddo e della fame, quelli della paura e della sopravvivenza. Aprii gli occhi del tutto e ciò che vidi mi atterrì; mi resi conto che non stavo sognando, non ero in trance, non stavo vivendo un incubo ma una realtà molto concreta che, come spesso accade, era peggiore di qualsiasi inimmaginabile incubo: ero ben presente e ben vivo, in quanto appena nato, su un carro bestiame; ero circondato da maiali e io stesso ero un maialino, appunto neonato, che condivideva la sorte della sua specie resa schiava e oggetto alimentare da parte di un’altra specie: quella umana, che fino a non si sa quanto tempo prima era stata la mia; ero impaurito, rattrappito, inebetito da quanto mi stava succedendo intorno; cercavo qualche certezza e qualche speranza, ma ricevevo soltanto spaventose conferme da una realtà sempre meno impossibile e che con il passare del tempo diveniva sfortunatamente più attuale e reale. Si era fatto notte e adesso il freddo penetrava pungente sulla mia pelle; non esistevano coperte per ripararsi e l’aria mi schiaffeggiava con violenza attraverso le fessure del carro bestiame. Era un’aria umida piovigginosa che mi giungeva sempre accompagnata da quell’odore sgradevole nel quale ero immerso. Mi sentivo sporco, ero sporco. I miei simili erano anch’essi atterriti e sofferenti ma tranquilli perché rassegnati e abituati a quella condizione inconcepibile di disagio che stava già durando da qualche giorno. I loro occhi comunque lasciavano vedere chiaramente la tristezza elevata a normalità; era una condizione ancestrale, inconsapevole eppure in qualche modo saggia e accettata, perché niente altro era possibile fare. La loro vita era quella già da qualche tempo ed essa aveva preso completamente il sopravvento sui ricordi, sulla memoria, sulle esperienze passate, sul tempo trascorso; niente, in quello stato, consentiva loro di percepire la conoscenza presente o quella trascorsa. Tutto per loro, ma adesso anche per me, era confuso e indecifrabile; soltanto qualche flash, qualche pensiero antico e lontano, talvolta, sopraggiungeva veloce, istantaneo ed effimero; ma se ne andava subito inafferrabile e sfuggente quanto i bagliori delle luci degli altri camion che sfrecciavano nella corsia opposta. Chi ero io in quel momento? Socchiudevo gli occhi e cercavo di concentrarmi su quei ricordi, ma non ci riuscivo. La confusione esterna era assordante e il caos era totale; la mia confusione, quella interna della mia testa era ancora maggiore. Non capivo più nulla, tutto era impossibile, inspiegabile. Ma vero. Mi abbandonai così, sempre sotto il corpo di mia madre per ripararmi dal freddo, ad un deliquio semi incosciente: che significato poteva avere quel ricordo di quando da bambino fui issato sopra un tavolo rotondo, di legno color marrone scuro? Avevo tre anni, i capelli neri e ricci, i pantaloni corti e mio padre stava per scattarmi una fotografia. Io non volevo e stavo piangendo disperatamente. Cosa significava quel ricordo? A chi apparteneva? Come dovevo interpretarlo? Quali messaggi nascondeva? E io? Cosa stavo facendo adesso su quel carro bestiame, in mezzo al letame mio e dei miei simili, diretto verso una destinazione sconosciuta, in una notte umida e fredda? A chi apparteneva quella pelle rossiccia? Quei peli duri e lunghi, quelle unghie spesse, quelle grandi orecchie? Lacrime e confusione, cattivi odori e disperazione si erano completamente impadroniti di me. Guardai ancora i miei sventurati compagni di viaggio; i loro occhi non lasciavano spazio all’immaginazione, la loro espressione era vuota per non dire inesistente; l’unica manifestazione visibile della loro volontà era costituita dalla ricerca spasmodica del migliore spazio possibile; non vedevo in loro nessuna traccia reciproca di solidarietà, perché in quelle condizioni la lotta per la vita avviene al livello più implacabile possibile; soltanto in un mio quasi coetaneo percepii qualcosa di più, una curiosità non ancora spenta, una fiammella ancora viva, una speranza possibile per quanto inespressa. Lui, però, non mi riconobbe; anzi, notai in un suo sguardo prolungato un atteggiamento di sfida e di rivalità. Mi infilai ancora di più, se possibile, sotto il corpo protettivo di mia madre che mi offrì generosamente le sue mammelle abbondanti e piene di latte; mentre il camion sfrecciava sulla autostrada mi addormentai in quella posizione; ogni tanto si affacciava nella mia memoria lontana qualche altro flash, qualche altro pensiero; senza grande sforzo mi chiedevo cosa altro potessero significare, quali messaggi volessero inviarmi, ma lasciai correre perché dovevo pensare alla mia nuova vita. Avevo appreso in un modo certamente molto insolito che la memoria può essere molto labile, che la coscienza è relativa e che i ritorni non sempre sono possibili.
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