La teoria delle elite

 

Il buon vecchio, saggio Pareto ( insieme a Mosca e Michels ) aveva capito, sin dai primi passi della sua avventura scientifica, che la molla del mondo è costituita dallo scontro tra le varie elite in competizione.

Non che fossero del tutto infondate altre opinioni o punti di vista sistemati al rango di teorie: la lotta delle classi, gli interessi delle corporazioni, le guerre, le poderose pressioni economiche nelle e tra le nazioni, le spinte di liberazione, le ondate migratorie, e così via. Ognuna di queste forze rappresenta un peso, uno scopo, una pressione, una realtà, una motivazione che, interagendo con le altre, determina una influenza sui popoli e sulle nazioni, accarezza, sollecita o strattona quella che prima abbiamo chiamato la molla del mondo.

Ma ciò che decide è l’interesse della elite; la sua aspirazione al raggiungimento del successo e/o del potere, la sua determinazione, la sua volontà di potenza e di affermazione; molto spesso la sua spregiudicata ambizione.

E’ con queste “qualità” che si scruta l’orizzonte, che si medita e si progetta sul da farsi, che si attivano iniziative, alleanze e strategie.

Ad un certo punto lo scontro viene acceso e la tensione si trasforma in crisi (o nel suo opposto, in alleanza) sempre e solo sulla base dell’interesse prevalente delle elite in competizione.

Uno stato di disagio, per quanto forte e acuto, da solo, non basta per scatenare una rivoluzione.

Occorre il Robespierre di turno che interpretando e gestendo il clima insurrezionale favorevole, inizia ad agitare le notti dei francesi, distrugge l’Anciem règime, dà lavoro industriale al boia della ghigliottina e, infine, impone la sua dittatura.

Prima di essere scacciato da altre elite, ognuna delle quali dotata di valori, idee, ideologie e morali, ma spinta prepotentemente dalla forza di sé, dalla sua autoaffermazione, dalla volontà di prevalere e imporsi nel duro scontro che, sempre, si accende nella giungla.

Il quarto stato esisteva da sempre, come la monarchia e le aristocrazie; la borghesia operava già da qualche secolo.

Ma la scintilla che ha incendiato il mondo con i suoi valori universali ed eterni ha potuto liberarsi perché vi è stata una elite che l’ha fatto nel momento in cui era pronta a combattere per affermare la propria supremazia.

Così come in Russia. Gli zar spadroneggiavano nel loro potere illimitato da sempre, mentre le condizioni di vita erano assolutamente intollerabili, le masse venivano vendute come bestiame e i diritti dell’uomo semplicemente non esistevano.

Ma la rivoluzione bolscevica ha avuto inizio soltanto quando un uomo piccolo e di bassa statura, dalla pinguedine incipiente, definì, in lunghe elaborazioni e studi nella biblioteca di Zurigo, una strategia insurrezionale precisa e vincente, mentre altri si perdevano in un ribellismo confuso e disordinato.

Altri rivoluzionari lo avevano preceduto, compreso un suo fratello minore che finì impiccato sulla pubblica via a S. Pietroburgo, altre sommosse vi erano state, tutte annichilite nel sangue e nella sconfitta.

La differenza tra lo stato di depressione storica e impotente di un popolo oppresso e la scintilla che incendia l’ottobre rosso, sta tutta nella consapevolezza e nella forza della elite che si formò intorno a Lenin, che riuscì a capire le forze in gioco e le possibilità reali, che riuscì a vincere e che poi, come tutti sanno, degradò in una delle dittature più brutali che la storia possa ricordare. Ma anche quella era un’altra elite.

Insomma, l’elite fornisce obiettivi e consapevolezza attiva a situazioni ed eventi comunque solo materiali, incoscienti, inefficaci ed innocui; l’elite fornisce la teoria e l’anima alla “massa brutale”, la muove, la rende protagonista. Con l’elite si muove la storia, senza la sua azione regnano i secoli bui e la stagnazione perpetua dove dominano solo brutalità e sopraffazione.

 

 

 
   

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