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IL TEMPO, L’IMMORTALITA’
In un recente programma televisivo di intrattenimento popolare, il conduttore chiese ad un baldo giovane se lui credeva nella relatività del tempo; il giovane gli rispose che ci credeva perché quando era al lavoro il tempo non passava mai, mentre invece quando era con la ragazza scorreva “veloce come un lampo”. Il conduttore gli rispose che quella era stata certamente la spiegazione più semplice e convincente che avesse mai udito riguardo a una teoria sulla fisica moderna. E’ senz’altro vero che tutti noi abbiamo avuto esperienze simili a quelle di quel giovane, ed è anche vero che potremmo pensare che quel concetto era stato rappresentato in un modo un po’ troppo banale, anche se, dobbiamo riconoscerlo, molto efficace; tuttavia, che uno degli aspetti della fisica della relatività, forse il più importante, sia costituita dall’essenzialità del punto di vista o del punto di partenza, del soggetto che osserva, è un dato di fatto sicuro; anche l’esempio che fece Einstein dei due gemelli ai quali il tempo scorreva diversamente, a seconda che stessero sulla terra o a bordo di un astronave in viaggio a velocità elevatissime, ha al suo centro il punto di osservazione che varia in relazione all’esperienza che si fa. Ciò che pensiamo sul tempo è alla base delle nostre convinzioni filosofiche e religiose e detta il corso di tutti i nostri pensieri, i nostri ragionamenti e anche di tutti i nostri comportamenti. Il concetto della creazione, ad esempio, sostiene molto esplicitamente che prima di essa non solo non esisteva il mondo e l’universo, ma non esisteva neppure il tempo. La cognizione del tempo stabilisce che esiste un prima e un dopo, e che il presente sia dunque ciò che i romantici chiamano l’attimo fuggente. Chi crede fermamente nel tempo è più portato alla programmazione e all’organizzazione minuziosa della propria vita, a pensare a futuro; chi, al contrario, ha un atteggiamento meno certo o è addirittura scettico, si concentra essenzialmente sul presente e vive la propria vita con meno ansia. Allo stesso modo, le grande dispute filosofiche e fisiche sulla nascita e la fine dell’universo sono ancora immerse in una intensa, costante diatriba se, dopo il big-bang iniziale, ci potrà essere al culmine della fase espansiva una grande fase contrattiva al termine della quale ci sarà la fine del mondo e, quindi, anche quella del tempo, oppure se invece è vero che il tempo potrebbe non finire mai, perché il nostro universo è un sistema talmente complesso che niente e nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà. Il nostro sistema-mondo, secondo questa seconda versione, è così indecifrabile e così instabile che le direzioni che potrebbe prendere sono le più variabili, le più diverse. Si ritorna anche qui ai concetti di probabilità, aleatorietà e confusione. Personalmente sono convinto che noi non troveremo mai la verità continuando ad affidarci ai fisici, siano essi antichi o moderni. Come ho già detto prima, la scienza si è già rivelata e potrà continuare a rivelarsi un ottimo antidoto contro il dolore o una buona amica per farci vivere meglio. Ma è molto, molto difficile riuscire a credere che essa ci potrà far giungere alla comprensione del significato (se c’è ) della nostra avventura in questo mondo e delle sue cause originarie. Figuriamoci se ci potrà aiutare a capire il nostro futuro e cosa ci attende dopo l’angolo. Cosa è il tempo? La risposta a questa domanda va trovata facendo ricorso al nostro metodo, ormai classico, dell’analisi percettiva: il tempo è senz’altro una nostra illusione; esso è lo “spazio” nel quale noi sistemiamo la nostra essenza, la nostra struttura di energia e nel quale è consentito lo sviluppo e il deterioramento del nostro corpo; il nostro organismo, dunque, è un contenitore che subisce metamorfosi, trasformazioni e crolli, più o meno repentini o graduali, dolorosi o indolori, della materia di cui la nostra energia si è appropriata, attraverso i processi biologici che ormai conosciamo molto bene, per fare una delle tante apparizioni, uno dei tanti bagni di concretezza, una delle tante esperienze, uno dei tanti viaggi di andata e ritorno. Tanto più siamo in grado do estraniarci dal nostro corpo, tanto più riusciamo a capire questa verità; ne abbiamo una inconsapevole, ma avvertibilissima riprova nel sonno o negli stati di torpore e di grande abbandono e, in misura ancora più intensa, come abbiamo detto poc’anzi, negli stati di ascesi che qualche individuo è riuscito a provare e a descrivere, talvolta con sorprendente lucidità. I nostri fantasmi possiamo talvolta essere noi quando, immersi in quegli stadi, evadiamo dall’involucro e ci proiettiamo e ci osserviamo in altre dimensioni molto diverse da quelle a noi abituali. Noi siamo la creazione di noi stessi; noi siamo una piccola particella di quell’entità che chiamiamo Dio, che si moltiplica, si parcellizza, si sporca le mani, qualche volta si diverte a giocare a dadi, come disse Einstein. Ed è proprio dalla capacità di estraniarci in qualche modo dalle occupazioni quotidiane che dipende la nostra forza di capire meglio il tutto; se dessimo totalmente retta alle logoranti stanchezze del nostro organismo, alle tante malattie che ci aggrediscono e al sicurissimo deperimento organico che ci attende incombente, non avremmo scampo, vivremmo in una depressione inevitabile e crescente, come del resto capita ad un gran numero di persone. Plotino odiava il suo corpo perché lo considerava una vecchia e stanca prigione. Viveva a prescindere da essa e anelava il momento in cui avrebbe riacquistato la sua completa libertà. La pensavano allo stesso molto una schiera folta e ammirevole di grandi pensatori e liberi spiriti che riuscirono, in epoche lontane, a sentire la verità, anche se poi non riuscirono a praticarla nella loro vita di ogni giorno, come spesso succede, proprio a causa delle debolezze del loro involucro. Tra il dire e il fare, come sappiamo, c’è sempre di mezzo il mare. Noi ( la nostra energia o parte di essa ), dunque, esistiamo prima, durante e dopo la nostra esistenza corporale; non dovremmo neppure usare le categorie del prima, del durante e del dopo; tuttavia lo dobbiamo fare, ciò è necessario, ma solo per esprimere chiaramente un concetto, per continuare il ragionamento e, speriamo, per essere possibilmente compresi. Tutto è un solo presente che si riproduce all’infinito; un presente che non conosce inizio e fine; il big-bang avviene perennemente. Quanta gente, quanti pensatori e scrittori si sono misurati con queste idee; ma noi, perennemente immersi in una quotidianità prepotente, non pensiamo mai esattamente a tutto ciò, come, invece, dovremmo fare; in genere, appena si sfiorano questi aspetti “fantastici” della scienza, la nostra testa va in vacanza, si concede una pausa, un relax, rinuncia ad approfondire con il necessario rigore e la necessaria puntigliosità, rinuncia a concentrarsi ancora e a cercare di capire. Dobbiamo invece fare bene mente locale, come si dice; mente locale, non razionalità sotto sforzo; vale a dire che dobbiamo fissare l’attenzione dentro di noi, cercare l’intuizione sulla nostra essenza e guardare con lucidità dentro il buio che ci avvolge, ma che possiamo squarciare con l’intensità della nostra concentrazione interna: se riusciremo a fare questo, saremmo soccorsi da lampi di luce, da flash di piccole progressive verità e da illuminazioni successive e sempre più chiare; capiremmo che il tempo non è altro che un misurino provvisorio, un termometro, uno strumento per la navigazione a vista, uno stetoscopio, una bussola precaria e provvisoria, un barometro che usiamo in un terreno sconosciuto. Il tempo non è altro che una illusione che serve a darci concretezza, a fornirci una idea comprensibile senza la quale, semplicemente, non esisteremmo in alcun modo, la nostra esistenza rimarrebbe astratta e noi rimarremmo nell’iperuranio, all’interno di un quadro che non c’è, dispersi in una dimensione invisibile, assente, disorientata. Per poter vivere, tutti noi dobbiamo farci uomini; la nostra massa di energia consapevole vuole conoscere e riconoscere continuamente, dal vivo, sensazioni e piaceri materiali, provare e riprovare la sensualità della vita, le sue attraenti, irresistibili sensazioni, il suo fascino. La massa di energia casuale che dà periodicamente la vita ai nostri corpi, fornendoci dinamismi e protagonismi illusori e insperati, vuole contaminarsi a ripetizione; la folgorante bellezza della sua aleatorietà non le basta; la sua potenza le appare troppo statica e arida, preferisce ascoltare la lieve brezza del vento, ascoltare gli odori dei fiori, della vita materiale e del mondo naturale. Ma in quella condizione la massa di energia, nuovamente immersa e ricaduta nella materialità, è soggetta ancora una volta agli aspetti meno gradevoli che già ha conosciuto; quindi, nuovamente, riprova anche timori e ansie, paure e dolori; non ne potrà fare a meno, perché quella è una nuova sfida che ha sempre le stesse regole che non si possono cambiare; la corporeità, infatti, inibisce in gran parte l’energia, attutisce la sua lucidità, annebbia la sua vista e la rende più vulnerabile; la corporeità è la tossicodipendenza dell’energia; una droga a cui non vuole e non può rinunciare. E’ possibile, per ognuno di noi, sentire quanto siano vere e fino a qual punto, queste affermazioni; ma lo ripeto: niente scienziati; questi signori sono gli artigiani del mondo: si occupano della vita materiale, organizzandola secondo le loro regole precise e le loro conoscenze; operano all’interno dei recinti che le nostre necessità materiali hanno costruito loro intorno; per questo debbono meritare tutto il nostro apprezzamento e la nostra gratitudine; tuttavia non possiamo mettere nelle loro mani la comprensione di ciò che siamo, perché essa è totalmente al di fuori delle loro possibilità. Ciò che dobbiamo fare, perciò, è concentrarci sulla nostra essenza, sulla nostra vera sostanza, saper ascoltare quello che chiamiamo il nostro cuore, il nostro istinto profondo, scevro e liberato dagli interessi di ogni giorno per riuscire a decifrare, tradurre, fare nostro quello che, in fondo, già sappiamo da sempre. In fondo anche questa verità la avevamo sempre saputa, stava dentro di noi e la dobbiamo semplicemente ritrovare. Ma la quasi totalità degli esseri viventi, uomini, animali o insetti che siano, non ci riesce; il loro destino è quello di vivere nella nebbia, la confusione il loro status abituale, la loro vita un eterno ritorno reso affascinante anche dal suo indecifrabile mistero; non fa niente, non avviene nulla di tragico o di irreparabile, non dobbiamo preoccuparci troppo; lo capiremo in un “futuro” molto prossimo nel quale ritorneremo, in buona e numerosa compagnia, al nostro stato di purezza abituale Si dice che il tempo scorre; questa è una frase ricorrente; ma è vera solo nel senso che lo scorrere è a circuito chiuso e senza fine, in una autodilatazione che si restringe e riesplode nello stesso istante, senza interruzione alcuna; è un ballo che non finisce mai, una orchestra che suona in continuazione; se avessimo altri strumenti di osservazione, potremmo ancora ascoltare le melodie allegre degli orchestrali del Titanic. Il tempo è caos assurto a sistema e a legge generale nella quale, purtroppo, la nostra minuscola bolla di energia privilegiata fattasi microrganismo stenta a orientarsi; per questo la nevrosi è così diffusa e frequente; per questo gli innumerevoli stupidi che si aggirano nelle contrade e nelle città sono così sereni e, a volte, felici. Diceva Marco Aurelio: “ non vivere come se ti fossero concessi anni diecimila o più; il momento fatale incombe”; e diceva Ungaretti:” ognuno sta solo sul cuor della terra, ed è subito sera”. Avevano ragione pienamente, molto più di quanto loro stessi avessero mai pensato; perché il momento fatale è già giunto, e la sera è già qui insieme ad una nuova alba; noi, in questa vita, siamo già oltre e siamo contemporaneamente un’altra vita che già attende il suo momento fatale, per poi divenire un’altra vita ancora; e così via, senza interruzioni di sorta, all’interno di un carosello che ruota incessantemente. Così è senza dubbio alcuno; noi siamo immortali; non moriremo mai; muore il nostro corpo che non è soltanto un involucro transitorio; è anche un nostro prodotto, il frutto di una nostra volontà di contaminazione, se vogliamo, un nostro giocattolo; la nostra massa di energia vuole vivere e fare innumerevoli prove, sperimentando i suoi limiti e le sue possibilità, facendoci essere, al tempo stesso, attori e spettatori, protagonisti o comparse del film più straordinario che sia mai stato scritto e interpretato, ma a cui manca il regista.
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