UN INCONTRO SULLE ALTE VETTE

 

 

 

        In un modo molto casuale fui invitato a fare un viaggio “di lavoro” nello Yemen; le virgolette hanno un senso preciso, perché in quel periodo era abbastanza insensato tentare di fare business nello Yemen; ma l’entusiasmo di quel mio amico che aveva già avviato una piccola attività immobiliare in quel lontano paese, insieme alla mia disponibilità di tempo e ad un sincero interesse per quel Paese mi convinsero e accettai, così, quella avventura. Prenotammo i biglietti e partimmo.

        Chi ha visitato lo Yemen sa che quel Paese presenta una forte singolarità rispetto a tutti gli altri Paesi; appena vi si mette piede ci si rende conto che più che in un Paese straniero e diverso si è arrivati in un altro mondo, dove tutto è profondamente altro rispetto alle nostre normali esperienze di vita. E’ un luogo dove non esiste lo Stato, dove la famiglia può essere multipla o non può essere, dove la donna non appare mai e quando lo fa è completamente invisibile, dove il lavoro viene svolto dalle donne, considerate come meri strumenti di produzione e riproduzione, o dai maschi, ma solo fino all’età di tredici, quattordici anni. Superata quell’età gli adulti si dedicano alla loro attività preferita che loro chiamano “business”; vale a dire gironzolare in gruppo, armati fino ai denti e stretti come sardine, su pianali di improbabili camion di non si sa quale era, alla ricerca di possibili guadagni più o meno leciti; il resto del tempo lo passano accovacciati all’ombra, amoreggiando in compagnia di qualche giovanetto, come lo chiamavano gli antichi greci e romani; questo in un Paese dove la omosessualità viene condannata con la pena di morte.

        Nello Yemen non esiste raccolta di rifiuti, distribuzione di acqua potabile, non esistono fognature o impianti di illuminazione elettrica, non esistono apparecchi radiofonici o televisivi, telefoni fissi o cellulari, lavatrici o lavastoviglie; in quella realtà immobile soltanto il qat, l’erba che produce visioni e allucinazioni, consente di evadere, navigare in qualche altro luogo, provare una qualche illusione. Insomma, nello Yemen si vive ancora come vivevano Salomone e la Regina di Saba o, meglio, come vivevano i loro sudditi, ed è proprio il caso di dire che lì il tempo si è fermato, a prescindere da ogni nostro ragionamento sulla relatività.

        Ed è proprio questo l’aspetto interessante di questo Paese: i saggi che vi si possono incontrare oggi, usano le stesse categorie di riflessione e di analisi dei saggi di cinquemila anni fa; la loro visione del mondo presenta aspetti liberi dai condizionamenti tecnologici, assolutamente indipendenti, tali da provocare l’interesse più genuino anche nell’osservatore più distratto.

        Nello Yemen, infine si vive ad alta quota e non in senso traslato; lì la vita è possibile soltanto oltre i tremila metri di altezza, perché al di sotto vi è un deserto tra i più aridi del mondo, talmente inospitale che è impossibile resistervi; ma si arriva anche oltre i cinquemila metri, dove l’aria è rarefatta, l’ossigenazione è limitata, la respirazione difficile e la vita, condita con il qat, è completamente diversa da come la immaginiamo noi, i ragionamenti seguono altre piste, la fantasia è fedele compagna della pratica e della concretezza, le idee volano oltre i confini dell’immaginabile.

        Su quelle alte vette, dove i panorami e gli scenari sono folgoranti per la loro bellissima profondità e ampiezza, ebbi un incontro straordinario che mi influenzò per tutta la vita.

        In un villaggio ad alta quota, dopo aver trascorso una serata molto rilassante e aver ammirato la danza alla luna fatta con totale dedizione da giovani guerrieri, notai un anziano di età molto avanzata che un nostro amico del posto mi indicò come uno dei saggi del villaggio; stava guardando da molto tempo la notte nel cielo; in particolare era concentrato nel punto dove le stelle si incontravano con le alte vette; lo faceva con impegno particolare come se per lui, quella fosse l’occupazione più importante; il suo aspetto era sereno e la sua espressione incredibilmente rilassata; con un misto di timore, di rispetto e di grande interesse mi avvicinai a Lui, lo salutai con grande semplicità, mi sedetti accanto al sasso dove era accovacciato e, confortato dalla traduzione del nostro fedele accompagnatore ed interprete Abib, gli chiesi che facesse e cosa guardasse.

        Mi rispose che stava bene, che era sempre stato bene, che quello era il suo lavoro, ma anche il suo passatempo preferito, perché lo spettacolo che va in onda tutte le sere nel cielo non ha eguali; mi rispose che il cielo e lo spazio, per chi riesce a leggerli, possono narrarci le storie più belle, ma anche insegnarci molte cose, che la nostra mente può volare, capire e carpire i segreti del mondo. Era stato informato da altri viaggiatori che in altre parti del mondo erano state costruite delle società negative e false dove la gente stava molto male, lavorava a ritmi frenetici, era infelice e aveva perso la propria strada, anzi non conosceva neanche più lo scopo del proprio viaggio su questa terra e della vita che conduceva; chiamava gli occidentali uomini persi e mostrò nei loro confronti una grande pena.

        La sua meraviglia era veramente sincera; non riusciva a capire come era stato possibile aver ceduto così totalmente alla materialità e agli inganni del corpo, alle sue illusioni, fino a diventarne schiavi; eppure- mi disse- avete avuto grandi maestri che vi avevano indicato la via, che avevano capito un tempo lontanissimo molte cose e le avevano anche scritte; manifestò una grande sorpresa per il fatto che quei maestri fossero stati dimenticati.

        Ma la cosa che maggiormente lo irritava era l’arroganza degli occidentali, la loro protervia, la loro superficialità e povertà di spirito.

        Dimostrò per quel mondo dal quale io provenivo una grande tristezza e un sincero dispiacere per la povertà e la miseria nella quale era caduto; ma non aveva conoscenze dirette e approfondite; volle saperne di più; mi chiese che tipo di vita conducevamo, se fosse vero quello che aveva sentito dire e anche cosa io ne pensassi.

        Cercai di dargli le informazioni che voleva nel modo più presentabile e nel loro aspetto migliore; gli parlai della democrazia, del benessere, della sicurezza, dell’igiene, non nascondendogli comunque il mio punto di vista critico sulla società dalla quale provenivo; gli dissi che anche io avevo delle riserve, che avevo combattuto e che stavo combattendo contro gli eccessi del consumismo; tuttavia –continuai- il suo pessimismo totale mi sembrava eccessivo e mi permisi di esprimere il mio parziale dissenso rispetto al suo punto di vista.

        Eccessi? –mi rispose-  Qui non si tratta di eccessi.

        Vedi –continuò- io sono una persona anziana da molto tempo; so che tra poco dovrò morire; non sono intransigente, sono tranquillo, calmo, sereno; aggiungo che sono felice, perché ho sempre vissuto e tuttora vivo secondo natura e anche secondo i miei istinti; ho fatto molti figli e ho seminato la mia specie; attraverso molti di loro continuerò a vivere, ma vivrò anche in diversi altri modi; ho goduto del mio corpo, perché esso consente molte possibilità; possiamo vedere, ascoltare, sentire, toccare, annusare, gustare; inoltre possiamo percepire, intuire, immaginare, prevedere; la nostra mente è straordinaria; ci permette cose meravigliose e uniche; io le ho provate, so quanto siano belle e gratificanti; qualche volta mi viene in soccorso il qat e, attraverso di esso, posso riuscire ad evadere meglio dal mio organismo, quando è giusto farlo; inoltre- e qui gli brillarono gli occhi- ho ancora del tempo e questo mi riempie di buon umore e di ottimismo.

        I vostri non sono soltanto eccessi; è il sistema che non va, tutto insieme; l’architrave sulla quale siete poggiati è fradicia, vivete nell’inganno e siete su una strada completamente sbagliata, date importanza a cose che non ne hanno e per questo vivete molto male. Più avete e più volete; tutti i vostri sforzi sono destinati solo e sempre ad accumulare beni materiali; state perdendo questa vostra unica occasione, vivendo nella infelicità, nella insoddisfazione continua, nella nevrosi, nella depressione. Pensate che il benessere materiale e l’accaparramento siano le uniche cose che contino; avete impostato tutte le vostre leggi non per costruire una società equa e giusta ma per difendere la proprietà privata; il vostro verbo preferito, quello al quale sacrificate tutto è il verbo avere, non il verbo essere. La vostra corsa ossessiva alla ricchezza, tra l’altro, è del tutto inutile, perché non vi basta mai e quindi, continuando a rincorrerla, non vi soddisferà mai.

        Nelle vostre città il lusso è l’altra medaglia della miseria, l’uno è figlio e padre dell’altra; giudicate gli uomini per quanto hanno accumulato non per quello che pensano e che fanno o per come vivono; anche il criminale più riconosciuto e il ladro più impenitente vengono da voi rispettati e venerati se solo riescono a farla franca e disporre della ricchezza in qualsiasi modo accumulata.

Nei nostri villaggi un povero, per quando grande possa essere la sua povertà, non arriva mai a varcare la soglia della miseria più totale che comporta sempre automaticamente anche la perdita totale  della dignità, del proprio amor proprio e della fiducia in se stesso.

        No, non si tratta solo di eccessi.

        Avete dimenticato, per pigrizia, disinteresse o complicità, il vecchio sano principio secondo il quale ogni fortuna inizia con un crimine e tutte le ricchezze nascono dall’avidità. La vostra Società sta esaltando e valorizzando tutte le tendenze negative dell’animo umano; in questi ultimi tempi le ha addirittura innalzate a sistema, a modello istituzionale, legalizzando ciò che, invece, dovrebbe essere riprovevole. Le nuove generazioni stanno formandosi su questi falsi valori e, certamente, continueranno ad andare ancora sulla strada sbagliata, consolidando l’errore. Da voi, insieme agli sprechi stanno aumentando ingiustizie odiose e innaturali; le vostre super metropoli piene di tesori stanno producendo frotte crescenti di barboni che vengono lasciati morire di fame e di freddo nelle strade. Voi ignorate quale sia il vero significato della parola solidarietà; la scambiate quasi sempre con la carità e il pietismo; nella solidarietà vi è amore, nella carità vi è il cinismo, l’opportunismo e l’ipocrisia. La vostra nuova frontiera, il vostro nuovo idolo è costituito dalla cosiddetta “privacy”; state costruendo intorno ad essa nuovi muri, nuove barriere; dopo aver schedato e controllato ogni vostro più intimo movimento attraverso una rete di controlli che neanche la più efficiente delle dittature avrebbe mai potuto immaginare, ora state costruendo altre separazioni e state innalzando nuove barriere scambiando così quello che è un diritto naturale con la più triste delle solitudini.

        Il vostro mondo sta costruendo il suo smodato benessere materiale sulla fame degli altri popoli; avete costruito un ordine mondiale che condanna alla morte per fame la gran parte degli abitanti della terra.

        State seminando a piene mani rancore e odio tra i popoli della terra; nessuna epoca come questa è stata caratterizzata da tanta brutalità. Nelle epoche antiche la violenza nasceva dalla fame o al massimo dalla sete di potere; per la vostra cultura è diventata, invece, il fondamento etico delle Nazioni e la giustificazione di ogni scelta.

        Dite di combattere il terrorismo ma fingete di ignorare che esso è un vostro inevitabile prodotto: dalla violenza nasce sempre altra violenza.

        Mi dispiace –concluse- con una espressione sinceramente addolorata e preoccupata, mi dispiace veramente.

 

 
   

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