IL MARE

 

 

Il mare, di per sé, da l’idea dell’immenso e dell’infinito; mantiene intatto, in ogni epoca e per ogni persona, tutto il suo fascino e il suo grande potere suggestivo; nonostante l’evoluzione esponenziale della scienza abbia di fatto rimpicciolito la sua grandezza di fronte al vero infinito interstellare, esso conserva per noi e per la nostra immaginazione tutto la sua forza di attrazione e di timore al tempo stesso; a pensarci bene, questa apparente contraddizione si giustifica in due modi; il primo è che qualsiasi dimensione, per quanto contenuta e limitata, può espandersi enormemente, se noi riusciamo a dotarci della capacità di osservarla utilizzando le lenti dei cannocchiali della fisica moderna che consentono, come noto e come più volte detto, di dilatare per miliardi di volte anche le superfici più piccole e contenute; per dirla in altre parole, dobbiamo seguire lo stesso procedimento di Lilliput che, attraverso un robusto rimpicciolimento improvviso, capì molto bene la concretezza della legge sulla relatività e la grande importanza del punto di vista.

 In questo modo, se riusciamo ad immedesimarci in un nuovo piccolissimo Lilliput, possiamo riuscire, quando siamo immersi nel mare, in una immersione subacquea o anche soltanto distesi a osservare sotto la sua superficie, a concentrarci in ben altro modo sulla sua straordinaria e “infinita” ampiezza.

Il procedimento mentale da seguire consiste nel cercare di concentrarci sulla nostra mente, sulla nostra parte pensante pura, tentando di fare astrazione del nostro corpo, e osservare da quella diversa postazione tutto il vasto ambiente circostante come se fossimo realmente una circoscritta energia, racchiusa in una microscopica particella di plancton che veleggia, smarrita o compiaciuta, nello spazio marino. Certo, non si tratta di un esperimento semplice, ma neppure difficilissimo; in questo mondo di illusionisti veri o presunti, questo è uno dei pochi tentativi che valga la pena di fare; anzi, posso garantire che, con una buona dose di pazienza e fiducia, è possibile riuscire a vivere una avventura molto inebriante e originale, a provare sensazioni che nessuna droga può far provare e, perché no?, assistere a degli spettacoli entusiasmanti che nessuna sala multivisione proietterà mai.

Il secondo motivo del grande fascino del mare sta nella nostra storia personale e generale; non dimentichiamo che il nostro primo istante di vita è avvenuto in quel nostro privato mare che è stato il liquido amniotico della donna che ci ha generato; in quel nostro vasto mare originario, abbiamo avvertito le prime sensazioni confuse e lì abbiamo avuto la prima coscienza di noi stessi; in quell’ambiente che, per noi in quei lunghi momenti,era il solo mondo esistente, si è formato il centro e il nocciolo della nostra personalità, nevrosi e virtù comprese; di quel mondo abbiamo ancora presenti rimembranze che possono essere nitide o sfuocate ma sono sicuramente marcate e indelebili al nostro interno; la nostra memoria, ogni tanto veleggia verso quel suo antico mondo con lo stesso spirito di chi ritorna al paese di origine, alla sua antica famiglia, al nido abbandonato che ancora oggi gli lancia nostalgici e irresistibili richiami di appartenenza.

La nebbia che staziona tutto intorno non annega i ricordi, tutt’altro; la loro dispersa dimensione evoca un dolce richiamo, un bisogno forte di assaporare, ricordare, gustare un sapore amato e non dimenticato.

Anche quì, voglio raccontare una esperienza che mi capitò qualche tempo fa e che fu, contemporaneamente bellissima e tremenda. Nel bel mezzo dell’inverno, mi recai in una località tropicale per un breve periodo di vacanza; all’arrivo, quando si aprì il portellone dell’aereo, fui colpito dalla particolare luce di quel posto e, naturalmente, anche dal caldo afoso che contrastava con il freddo pungente che avevo lasciato poche ore prima; la cosa che, però, mi colpì di più fu il colore vivace e azzurro e luminoso e quasi aggressivo del mare che sembrava, forse per una naturale aspettativa da parte mia, rivolgermi un invito pressante e anche sottilmente morboso ad immergermi. Due ore dopo, con una velocità record, ero già sulla spiaggia e, con una sensazione di avventura ma anche di solitudine, mi tuffai nell’oceano.

L’acqua era calda, la luce era vivissima persino ad una certa profondità; tutto intorno era un brulicare, un proliferare molto intenso di una grande quantità e varietà di pesci di ogni forma, colore, dimensione e aspetto; rapidamente i pochi suoni e rumori dell’ambiente esterno che mi avevano accompagnato fin lì svanirono del tutto e io, divenni parte integrante, costituente, organica di quel magma liquido, nuotando in esso senza nuotare e divenendone un tutt’uno, forse, così pensavo in quel momento, in modo definitivo.

Riconobbi le espressioni dei pesci come familiari e in qualche misura, anche complici, consapevoli di un destino comune, appartenendo ad una specie comune, quella degli esseri viventi; le diverse dimensioni svanirono e l’unica realtà che potei percepire fu quella delle sensazioni, dei pensieri e delle emozioni; tutto era allo stato nervoso, cerebrale, mentale; fui trascinato all’improvviso in una sfera di inebriante comunicazione; un chiacchiericcio virtuale, un mercato soffuso che si svolgeva in uno stato indistinto, avvertito però con grande chiarezza.

 Divenni così, per un periodo indecifrabile e indefinito, amalgama costitutivo di un plancton variegato multiforme e pluridimensionale, senza limiti di tempo e di spazio; mi vennero in mente i versi del poeta: “naufragar m’è dolce in questo mare”; stavo bene, non avevo ambizioni, ero senza programmi e obiettivi; l’unica volontà, in quel momento, era quella di far perdurare il più possibile quello stato vitale che, assurdamente, mi sembrava eterno; o forse lo era?

Mi sembrò di essere giunto nell’anticamera della percezione assoluta, alla vigilia della comprensione del tutto; la mia energia spaziò in quell’oceano, superò tutte le distanze in lungo in largo e nel profondo pur rimanendo immobile; stavo assaporando i pensieri della Divinità e comprendevo il valore e il senso della potenza assoluta; mi sembrava di essere e di capire il tutto; sentivo e capivo che il tutto era in me; e io lo riconoscevo in uno stato di sconfinato benessere e tranquillità, di confortevole rassicurante incoscienza; avvertivo, con leggeri lampi di pericolo lontano, che avrei potuto lasciarmi andare e, far morire fisicamente la mia vita di quel momento; sapevo che la mia energia sarebbe sopravvissuta e questo accrebbe la dimensione della mia volatilità e la coscienza della mia forza.

Ad un certo punto, però, quello stato di benessere fu pregiudicato e incrinato senza alcuna ragione apparente da brividi di freddo e da una indescrivibile sensazione di precarietà; l’acqua, sempre luminosa, lasciava trasparire e trasalire ondate di scuro incolore e minaccioso che salivano dal basso e che si mescolavano con la luce sfavillante che, comunque, persisteva tutt’intorno; quelle ondate dettero vita ad una catena di reazioni sempre meno rassicuranti; mi sembrò di essere sovrastato da un grande pericolo, un pericolo molto serio, anch’esso proveniente dal basso, che minacciava la mia esistenza, lasciandomi sospeso in una condizione di allarme e di ansia avvertita molto acutamente.

Ancora oggi, quando ripenso a quell’esperienza con maggiore distacco, rimango toccato dalla profondità di quelle emozioni; oggi so che quel senso di pericolo mi assalì perché prevalse la mia corporeità, la mia fisicità, la mia materialità; l’energia si era librata oltre, ma la sua casamatta ospitante l’aveva richiamata a sè e le aveva nuovamente reimposto i suoi condizionamenti abituali.

Tuttavia rimasi ancora lì, quasi a sostenere una sfida che non potevo mollare; la nuova minacciosa sensazione non mi allontanò, neppure per un istante, dalla certezza di essere parte del tutto, anzi me la confermò definitivamente, facendomi capire allo stesso tempo che le categorie della paura, del bello e del brutto, del meraviglioso e dell’orribile, del confortevole e dell’ansioso, sono umane, troppo umane per pretendere di farle divenire metro di giudizio assoluto; quelle categorie rappresentano il nostro metro per misurare il mondo e l’ambiente che ci circonda; ci aiutano a muoverci in esso, a capire e assimilare le leggi della sopravvivenza e della procreazione, ma non possono svelarci i segreti costitutivi della materia stessa e di noi stessi.

Le grandi leggi, quelle vere e obiettive, della fisica, della natura e del mondo, ignorano le nostre sensazioni che, invece, ovviamente, sono così decisive e insostituibili per noi. Dobbiamo rassegnarci a questa verità e prenderne atto che noi siamo semplicemente parte del mondo; una minuscola, microscopica particella tra miliardi e miliardi di altre particelle.

La tenerissima storiella che noi siamo al centro del mondo, che anzi esso è stato creato per noi e che Dio ci abbia fatto a sua immagine e somiglianza è così dolce e ingenua che fa sorridere sulle umane debolezze e sulle sue inguaribili necessità di continue conferme sulla propria centralità che l’uomo ha sempre avuto in ogni epoca.

Mentre i pensieri vagavano leggeri nella mia mente, continuai a rimanere lì, a galleggiare ( è proprio il caso di dirlo) travolto da quelle due sensazioni fortissime e contrastanti che si erano impadronite di me e che mi avevano fatto ubriacare di emozioni riuscendo contemporaneamente a farmi stare male e bene, a farmi volare e ad aver paura di cadere.

Rimasi ancora lì, per un tempo lunghissimo: mi sembrò          “ un’eternità”. In certi momenti ebbi l’illusione di aver iniziato una nuova vita che era iniziata con lo sfondamento e il superamento della mia tradizionale dimensione dello spazio e del tempo. In realtà, come appurai subito dopo, erano trascorsi pochi minuti.

Da allora, però, continuo a chiedermi cosa veramente successe quella volta; la domanda può forse apparire stupida, perché la risposta più ovvia è che la straordinarietà di quell’ambiente mi creò delle emozioni così intense da venirne travolto; questo è quello che si pensa normalmente.

Io, invece, penso, che quello non fu uno stordimento momentaneo, una illusione, una fantasticheria; penso che fu veramente una nuova vita, veramente e lungamente vissuta, in una nuova condizione e in una nuova dimensione; me lo dicono ricordi intensi che ancora mi sovvengono di quello stato che fu; nello stesso modo con cui qualche volta ci sovvengono alla mente barlumi di esperienze della nostra vita passata che, magari, racchiudono in pochi istanti un lungo e complesso periodo di vita vissuta.

L’unica cosa che so con assoluta certezza è che in quel momento, o in quei momenti, o in quegli anni, la mia natura e la mia energia, qualunque essa fosse o, in qualsiasi situazione si trovasse, riuscì ad entrare in simbiosi con una grande energia della quale faceva parte e nella quale condivideva una prospettiva e un destino comune.

 In quella situazione vivevano contemporaneamente le condizioni del benessere, figlio della forza e della potenza, dell’ammirazione e della contemplazione, insieme a quelle dei rischi derivanti dalle continue trasformazioni e modificazioni che quella massa poteva scatenare al proprio interno; da questo nasceva la felicità per quel volo pieno di impulsi inebrianti e la paura che un piccolo soffio di vento potesse significarne la fine, allo stesso modo di come un piccolo chicco di grano ondeggia beato oscillando insieme a miliardi di altri suoi confratelli nel vento e nel sole quando sta per arrivare il momento della trebbiatura; perché quel momento arriva per tutti.

Tutti noi siamo un piccolo chicco di grano che ondeggia nel mondo; abbiamo la consapevolezza di esistere che, normalmente è condizionata dai nostri stili di vita e, quindi, distratta dalla sua missione naturale; quando ci lasciamo andare e riusciamo ad avvertire la nostra originalità e la nostra vera natura, quando ci avviciniamo allo stato e al principio costitutivo, allora capiamo, o meglio, sentiamo che siamo parte del tutto, che siamo una piccola, piccolissima particella vibrante che si esalta nei momenti creativi e nascenti e si deprime e si atterrisce in quelli involutivi e morenti.

Si tratta di sensazioni che durano un attimo la cui ampiezza è non misurabile: può essere eterno o istantaneo. Dipende solo da noi, dal nostro punto di vista, dalla nostra pancia.

Non potrebbe essere altrimenti, perché questo è il senso della vita.

La coscienza, che cosa è la coscienza?

C’è o non c’è? Esiste? In che modo partecipa e condiziona l’evoluzione e la trasformazione della materia? Secoli di dispute e diatribe che possono essere risolte con l’affermazione dell’ovvio: la coscienza esiste; è rappresentata dalla materia che, nella sua espressione più alta, diviene consapevole, interagisce e orienta lo sviluppo della materia che l’ha generata; essa è un prodotto dell’energia che diviene nuova energia e contribuisce alla creazione; senza voler essere blasfemi, si potrebbe dire che è figlia di Dio e che, poi, diviene, a sua volta, Dio, creando nuova energia e nuove coscienze, in un continuo crescere e decrescere, nascere e morire.

Un mondo dove l’obiettività e la soggettività si scambiano continuamente i ruoli, inseguendo un ritmo eterno e senza tempo.

 

 
   

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