L’ENERGIA E LA MONTAGNA

 

 

Essendo la più basilare e antica manifestazione della natura, l’energia, come tutte le cose, si esprime meglio in un ambiente favorevole, in un “ sito idoneo “; un ambiente appropriato, infatti, consente una migliore riuscita di qualsiasi impresa, di qualsiasi fenomeno; un feto si sviluppa meglio in un grembo giovane e forte che non in uno meno giovane e malato; un fiore cresce meglio e più in fretta se esposto ai raggi del sole e al riparo dei venti; una alimentazione appropriata e nutriente fa sviluppare qualsiasi bambino nel modo giusto permettendogli il massimo sviluppo possibile. L’ottimo Lapalisse non è vissuto invano, anche se troppi lo hanno ignorato con sufficienza e arroganza.

Allo stessa maniera l’energia brilla, cresce e si sviluppa maggiormente in quello che è il suo ambiente a lei più favorevole e più appropriato: la montagna.

Perché?  Perché in montagna ogni particella elementare di qualsiasi organismo vivente si esalta al massimo delle sue potenzialità a causa della presenza delle migliori condizioni possibili; in montagna, soprattutto nelle zone dove è presente il     “ senso dell’infinito “ costituito da cime spettacolari e altissime che si stagliano su vallate lontane e profonde, dove cioè il nostro piccolo corpo sente l’impatto emotivo della propria limitatezza in rapporto all’enorme mole della materia “ viva “ che lo circonda e lo sovrasta; tuttavia, nello stesso tempo, ne rimane attratto, in qualche modo attirato, per ragioni che non riesce a spiegare ma che avverte chiaramente come assolutamente vere e fondate. In montagna, se solo riuscissimo a concentrarci in silenzio e in meditazione cercando di percepire ciò che è in noi, cercando di ascoltare fin dentro il nostro intimo il movimento frenetico delle nostre particelle costitutive in tutte le fibre del nostro organismo, nei nostri nervi e nei nostri muscoli, fin dentro i nostri pensieri e le nostre emozioni, riusciremmo a capire meglio, anzi a sentire meglio che noi siamo parte del tutto e che l’aspirazione dei nostri atomi a dialogare, annusare, interagire e fondersi con i miliardi di miliardi di altri atomi che danzano tutt’intorno, fa parte della nostra tendenza più profonda.

In montagna la nostra energia costituente si trova a casa sua, si sente a suo agio, sta bene e trasmette queste gradevolissime sensazioni a tutto l’organismo; in montagna tutti noi avvertiamo che i nostri istinti originali, primordiali, per quella che abbiamo chiamato prima la lotta per la sopravvivenza e poi quella per l’egemonia, hanno la possibilità di esaltarsi e di affermarsi meglio; in montagna si percepisce meglio il senso del nostro benessere; qualcosa ci dice dentro di noi che lì il nostro corpo assorbe meglio le difficoltà, attutisce con più efficacia le tensioni interne, in qualche modo si riposa e si ricarica contemporaneamente, si rilassa e si concentra, in un concentrato di funzionalità e di efficienza di cui tutto il nostro organismo si compiace.

Tutto questo ci fa provare un senso di autosoddisfazione della quale, quasi, ci vergogniamo; anche se non sappiamo su cosa, ci sembra di esercitare un predominio, una egemonia, un trionfo.

Non è un caso che nella storia dell’uomo tutte le simbologie che rappresentano la massima espressione della potenza, quella divinatoria, viene immaginata in montagna; sin dalle più antiche culle della civiltà; l’Olimpo per i greci, il Sinai per gli ebrei, il Tibet per gli asiatici, il Matchu Pichu in Perù; gli egiziani che non avevano una loro montagna da assurgere a simbolo, se la sono costruita e hanno eretto la grande piramide, sulla quale e all’interno della quale hanno posto i loro misteri, le loro credenze, le loro certezze; lo hanno fatto inserendo in quella loro costruzione un tale concentrato di meraviglie, di misticismi e di insondabili misteri che ancora oggi noi rimaniamo estasiati alla vista e non riusciamo a capire.

Al contrario, le zone basse, gli avvallamenti e gli anfratti nascosti generano sensazioni opposte; la forza lascia il posto alla debolezza; la sicurezza viene molto rapidamente sostituita da un senso di sconforto, di sconcerto e di preoccupazione che, a volte, diviene disagio e paura. Non è un caso che gli uomini abbiano chiamato depressione sia un avvallamento in profondità del terreno, sia uno stato d’animo particolarmente cupo; la depressione sta in basso, mentre l’euforia sta in alto.

Questo è vero per tutti noi, anche per la persona addetta alle più umili mansioni e la cui vita sia sempre stata sottoposta a frustrazioni, umiliazioni e rinunce; questo nostro amico, quando si trova sulle alte vette, può guardare l’umanità che è in basso, laggiù, sotto di lui, e acquisire in quella incoraggiante posizione maggior coraggio, quand’anche non riuscisse a meditare propositi aggressivi, di vendetta; quand’anche non ce la facesse proprio a provare sentimenti di predominio e trionfo a causa della sua indole particolarmente acquiescente e umile, tuttavia non potrebbe fare a meno di rasserenarsi in uno gradevole senso di quiete, di saggezza, di comprensione più agevolmente percepita del senso della vita, del mondo intero, dell’animo umano.

Anch’io posso documentare una esperienza di questo tipo vissuta molto intensamente qualche tempo fa: stavo facendo la mia prima esperienza in montagna, una settimana di meritato riposo nel parco del Gran Paradiso, a ridosso del massiccio del Monte Bianco; già nel primo giorno di escursione fui sommerso da un piacevole senso di meraviglia per ogni cosa che vedevo; cime altissime, talmente alte, che mi chiedevo come fosse stato possibile un tale capolavoro, proiettate verso qualcosa di indecifrabile; torrenti vorticosi, fluenti, irruenti che sembravano lanciare all’osservatore attonito un messaggio incoraggiante quasi un richiamo, un invito ad imitarli; una verde distesa di erba fiorente che sembrava nascere e riprodursi continuamente, miliardi di farfalle e insetti felici che infondevano l’idea della vita, della buona salute, in una parola, della creazione continua; le mie gambe erano leggere e tutti i miei sensi stavano assorbendo quel miracolo imprevisto; mi accorsi di divenire parte di quel mondo, di incorporare iniezioni e infusioni continue di energia, in un rapporto che cominciò ad essere di dare e avere, perché sentivo che anch’io stavo restituendo energia a quell’universo fantastico di materia palpitante.

Era in atto un processo di scambio, una contaminazione che toccava ogni più piccola parte del mio organismo, compresa la mia testa, il mio cervello, il mio pensiero; percepivo che in quei momenti l’energia palpitante che era tutt’intorno a me non era statica o fredda; nulla in quel luogo era immobile; mi trovavo di certo in presenza di una creazione spontanea, continua e autoriproducente nella quale e della quale mi sentivo completamente parte integrante.

Al termine della giornata mi sentii molto stanco, pur non avendo camminato molto; normalmente, grazie alle nostre conoscenze mediche sull’ossigenazione noi attribuiamo quella stanchezza allo sforzo fisico o, come diciamo spesso, all’esposizione all’aria aperta; io sapevo, invece, che la stanchezza era dovuta all’enorme scambio di energia che avevo avuto, sia quando la assorbivo che quando la restituivo quasi come un grande dispensiere materno e creativo.

Sapevo che questa mia consapevolezza non era dovuta ad allucinazione o ad autosuggestione causata dalla novità e dalla bellezza di quella esperienza; noi non siamo ormai più abituati a mettere in dubbio e contestare la fondatezza scientifica di fenomeni quali la telepatia, l’ipnosi, i condizionamenti mentali, il plagio; sappiamo che tutti questi procedimenti della nostra mente, sia che li mettiamo in essere o che li subiamo, sono reali e accertati; sappiamo anche che essi sono dovuti a scambio di energia; sappiamo che sono fenomeni di trasmissioni e ricezioni di quella parte di materia che può essere gestita consapevolmente e che può essere trasmessa o ricevuta da qualsiasi persona in una determinata situazione psicologica o ambientale.

Nelle giornate successive a quella vacanza, e poi, anche negli anni successivi nei quali ritornai su quelle montagne, ebbi modo di “gustare” meglio quelle sensazioni, di concentrarmi meglio su di esse; anche se ho avuto conferme sempre più consolidate che ero in presenza di scambi e produzione di energia non sono mai però riuscito a maturare una comprensione completa di quello che avveniva; qualcosa di quei processi era inafferrabile, sfuggiva alla mia capacità di capire pienamente cosa accadeva; era come quando ci si trova in campagna di fronte ad un forte temporale; sappiamo che è reale, che in quel caso la manifestazione dell’energia fisica è fin’anche troppo percepita; solo che non riusciamo a spiegarci bene come sia possibile una tale conflagrazione della natura e rimaniamo lì, attoniti, ad osservare quella potenza scatenata, tenendoci dentro di noi quelle domande che vengono da sole e che ci portiamo appresso sin da bambini.

Nel caso della montagna, sentiamo ugualmente la concretezza del fenomeno che divampa fragorosamente e che si esplicita con una intensità anche maggiore, più dilatata nello spazio, più concentrata e generalizzata. Ma anche lì, la nostra certezza non può essere documentata e pienamente compresa; anche lì vi sono domande che attendono risposte sicure.

Ho sempre pensato che probabilmente capiremo bene queste cose quando le potremo vedere da un’altra angolazione più favorevole; quando la nostra composizione di energia assumerà forme più congeniali e più interne ai modi stessi di essere dell’energia.

 

 

 
   

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