L'ENERGIA NEGLI ANIMALI 

 

 

E’ la stessa che anima l’uomo; la stessa carica positiva, la stessa irrefrenabile tendenza a riprodursi, a rafforzarsi e ad espandersi. Tuttavia senza alcuna aggressività, almeno così come la intendiamo comunemente; noi non possiamo spiegare le ragioni profonde di questa differenza, ma la differenza non ci sfugge; anch’essa è lì, di fronte a noi; basta osservarla e coglierla.

La massa dell’energia umana, quella centrale, che ne determina la natura costitutiva e la qualità comportamentale è fortemente caratterizzata da quel virus del dominio, del possesso e dell’egoismo di cui abbiamo parlato precedentemente; la massa dell’energia animale non è contaminata dal virus del dominio ad ogni costo; è noto che la loro aggressività si scatena esclusivamente quando viene minacciata la loro vita, quando viene impedito loro di alimentarsi e di riprodursi, quando si attacca un membro della famiglia; vale a dire che l’uso della violenza negli animali è di tipo puramente difensivo, scatta solo quando loro si sentono attaccati nei diritti vitali fondamentali.

Per il resto non vi sono differenze; anzi, sappiamo che la stessa energia che ha animato un essere umano può trasferirsi dopo la sua morte nel corpo di un essere vivente qualsiasi, animale o vegetale o cosa “inanimata” che sia; stessa struttura di base, quindi, stesse cellule costitutive, stessi atomi, stessi ritmi, stesse particelle, stesse accelerazioni.

Con un virus letale in meno che, fortunatamente, impedisce loro di comportarsi come l’uomo. Spesso mi sono chiesto cosa sarebbe il mondo se gli animali si comportassero con la stessa ferocia dell’uomo e usassero la sua stessa brutale intelligenza; se gli uccelli, ad esempio, si coalizzassero per conquistare il mondo e utilizzassero le loro maggiori qualità fisiche per sottomettere l’uomo; Hitchoch ha riempito di incubi le nostre notti immaginando in un celebre film come avrebbe potuto essere la vita sulla terra, se, una volta tanto, la razza umana si sentisse attaccata con le tecniche da lei stessa inventate e praticate tante volte. Ricordate? Il terrore si diffuse in quella tranquilla cittadina americana, sconvolta dalla furia degli uccelli, soprattutto quando il protagonista del film comunicò ai suoi concittadini che gli uccelli aggressori sembravano possedere una “intelligenza umana”.

Era quello il pericolo principale: comportarsi come gli uomini; immaginiamo ancora cosa potrebbe succedere se, ad esempio, gli insetti si ribellassero a noi, si organizzassero e ci attaccassero, usando la nostra stessa brutale furbizia di guerra e le nostre tecniche di sterminio, più volte sperimentate dall’uomo sui suoi simili e sulle altre specie viventi.

Non ci sarebbe storia, lo scontro non durerebbe molto e l’uomo soccomberebbe molto presto, perché non è il più forte, né il più numeroso, né il più intelligente e, tanto meno, il più giusto.

L’uomo è soltanto il più cinico, il più furbo, il più spietato. La sua guerra al resto delle specie viventi è stata vinta soltanto perché la guerra non vi è stata o meglio perché è stata combattuta da una parte sola; le balene non hanno combattuto l’uomo e sono state sterminate, così come i gorilla, gli squali, i panda e numerose altre specie; le uniche specie animali che sono sopravvissute e cresciute di numero sono quelle che sono state assoggettate al rango di schiavi necessari alle attività agricole, alla produzione di beni, all’alimentazione o anche al suo spasso, al suo diletto all’interno delle abitazioni, ma anche nei circhi o nelle squallide arene di combattimento e nei luoghi di svago.

Abbiamo parlato di massa centrale perché è lì che si annida il virus devastante della unicità della specie umana; lì, da qualche parte, è installato un programma capace di trasformare l’energia vitale di ogni essere vivente in energia aggressiva; può succedere che l’uomo rinunci qualche volta alla sua aggressività, ma questo si verifica solo quando ha raggiunto un dominio assoluto; la tenerezza può essere veramente effettiva e disinteressata nell’uomo, soltanto quando il suo ego è pienamente soddisfatto e gratificato. L’uomo esprime un atto di egoismo anche quando ama; spesso, anzi, l’amore rappresenta il modo più efficace di dimostrare la sua supremazia, tanto è vero che nessun legame è duraturo quando si incontrano due forti personalità; nella razza umana l’amore può esistere soltanto se si accompagna alla supremazia di una parte e niente come il femminismo, per quanto mosso da motivazioni giustissime, è stato vissuto come un attacco dalle conseguenze dirompenti per costumi, tradizioni e abitudini consolidate.

Naturalmente non tutti gli uomini hanno lo stesso livello di aggressività; sappiamo che la varietà è dovunque e che esistono certamente persone meno aggressive e, anche, niente affatto aggressive; ognuno di noi conosce persone miti che si dedicano regolarmente alla pratica e alla organizzazione di opere di bene; esistono, sono attive e, fortunatamente, in fase di crescita numerose Associazioni di Solidarietà. Questo non è negabile, ma noi sappiamo anche, che si tratta di controtendenze tollerate, di eccezioni piacevoli che magari ci riscaldano il cuore e ci fanno stare tranquilli; quelle controtendenze hanno una loro utile funzione, rientrano nello schema, ci fanno dormire meglio, ci rassicurano e ci fanno intravedere il prossimo paradiso imminente.

Sottomettendo il mondo animale noi perdiamo molte occasioni di comprendere la nostra stessa natura; ci macchiamo di un crimine, con l’aggravante della ripetitività; qualsiasi giudice ci darebbe la custodia cautelare preventiva per impedirci di continuare a nuocere e di perseverare nel reato; chiunque abbia avuto un rapporto stretto, che non sia stato di assoggettamento o di sfruttamento, con qualsiasi animale arriverà sempre, prima o poi, alla conclusione che non si potrà fare a meno di amarlo.

 Personalmente ho sempre avuto un rapporto contrastato, per non dire negativo, con gli animali; a causa di un episodio negativo che mi era capitato nella prima infanzia, non riuscivo ad avere con loro un rapporto positivo: ero in qualche modo bloccato e rifuggivo da qualsiasi possibile contatto.

Fino a che non mi regalarono, mio malgrado, due cagnoline affettuose che entrarono a far parte della mia vita, per un periodo breve ma intensissimo, facendomi cambiare completamente opinione; si trattava di due cagnoline di taglia media a cui imposi il nome comune di Lilla.

Avevano appena dieci giorni quando me le portarono e i primi giorni furono abbastanza imbarazzanti per me; in quel periodo avevo scelto di vivere solo, isolandomi in una piccola casa di campagna al limitare del bosco; mi piaceva assaporare il silenzio, vivere a totale contatto con la natura, concentrarmi su me stesso, ritrovare le mie radici e risollevarmi da una brutta crisi che stavo allora attraversando.

Quelle due cagnoline non si accontentavano di una super alimentazione che le propinavo in abbondanza, anche per tenerle un po’ alla larga; quando stavo a casa e, fuori nel giardino, pretendevano di starmi sempre accanto, rivendicavano grande attenzione agitandosi e saltandomi intorno in continuazione; non solo, nonostante avessi preparato per loro una accogliente cuccetta distante una cinquantina di metri dalla mia abitazione, loro preferivano dormire il più vicino possibile a me, magari accovacciate sotto la finestra della mia camera da letto, nonostante fosse freddo. Si comportavano in modo educato e i loro lamenti, quando le allontanavo, erano improntati a una dolce, remissiva, paziente rassegnazione. Con il passare del tempo, mi abituai alla loro presenza, accettavo sempre più la loro compagnia e, in poco tempo, divenimmo inseparabili; divennero così importanti che ero capace di rinunciare a qualsiasi altro, pur importante, impegno di lavoro per starci un po’ insieme; ad un certo punto, paradossalmente, iniziai a comunicare con loro, prima con una certa muta intesa e poi, addirittura, con le parole; loro sapevano quale era il mio umore in qualsiasi momento, anche senza che si instaurasse tra noi qualsiasi contatto; erano in grado di intuirlo anche a distanza; nei momenti difficili si posizionavano a una certa distanza e mi lanciavano sguardi comprensivi; nei momenti “buoni” invece la loro vitalità si scatenava e partecipavano al buon umore con felicità contagiosa.

Allo stesso modo io ero in grado di capire il loro stato d’animo appena arrivavo; senza parlare, sapevo che avevano avuto uno spavento o che qualcosa le aveva turbate, molto spesso capivo anche che cosa; il nostro rapporto migliorava continuamente, si intensificava, stava diventando meraviglioso; mi resi conto che la loro presenza, invece che disturbare il mio contatto con la natura, lo stava completando; la mia voglia di full immersion nel silenzio della campagna aveva trovato un ulteriore approfondimento, un vero e proprio perfezionamento.

Nonostante i gravi problemi di lavoro e non solo che persistevano nella mia vita al di fuori di quell’eremo, ricordo ancora con molto piacere quelle giornate caratterizzate da grande serenità.

Quando le due Lille giunsero all’età di sei anni accadde l’irreparabile; una improvvisa intossicazione alimentare causata da un virus del quale ignoro ancora l’entità e la tipologia, le stroncò, tra dolori lancinanti appena leniti dagli analgesici , in appena due giorni. Le seppellii insieme in campagna in una fredda giornata degli inizi di Febbraio.

Il dolore che provai non è descrivibile; la sua intensità fu assoluta e rimasi sconvolto per un lungo periodo di tempo; nel corso della mia vita nessun altro dolore analogo raggiunse prima la stessa intensità e la stessa fosca disperazione; ancora oggi quel dolore è intatto; è riposto in un angolo del cervello, in una apposita stanzetta di compensazione situata sullo sfondo, ma la sua lancinante costernazione è rimasta la stessa che seguì  i giorni tremendi della loro morte.

Non riesco a togliermi ancora dalla testa i loro occhi durante l’agonia e, soprattutto, non riesco a non pensare ai messaggi che avrebbero voluto inviarmi nei giorni precedenti quando ancora godevano ottima salute; spesso mentre ero disteso a leggere disteso sull’erba, o sopra una sedia a sdraio o su una scalinata in pietra si accovacciavano ai miei piedi e, guardandomi con una tristezza infinita, iniziavano a parlarmi attraverso guaiti e lamenti, comunicandomi uno stato di pena e di sofferenza interna mai avvertito in precedenza. Cercavano sempre di starmi il più vicino possibile, molto più del solito. Fui colpito profondamente da quell’inspiegabile atteggiamento e mi posi inquietanti interrogativi su cosa potesse significare quello stato d’animo. Sapevo, ero del tutto convinto che quella non era tristezza abituale; sentivo che c’era qualcos’altro, anche se non riuscivo a capire che cosa.

Mi sorpresi con sempre maggiore frequenza a pensare alla morte delle Lille; mentre continuavano a guardarmi, a guaire, a lamentarsi e a piangere senza apparente ragione io stavo stranamente pensando che sarebbero morte presto, mi immaginavo come sarebbe stata la mia vita senza di loro, dopo anni di convivenza continua; la loro struggente intensa tristezza mi contagiò; la loro dolce espressione del viso si stava immalinconendo sempre di più e cominciai ad accarezzarle mentre iniziarono, tremando, a stringersi a me cercando un contatto fisico.

Ricordo quei momenti con lucidità: momenti molto tristi che mi trasmisero strani presagi; in quelle giornate mi trattenevo più a lungo con loro, gli stavo vicino fino a tarda ora e cercavo di rassicurarle a lungo e inutilmente; quando me ne andavo mi seguivano fino al cancello continuando a guardarmi con quello sguardo implorante e diverso dal solito; normalmente, quando capivano che me ne stavo andando, si giravano da un’altra parte, come se fossero offese dal mio momentaneo abbandono; le ultime immagini che mi rimangono sono quelle delle due Lille distese con la testa appoggiata alla terra che continuavano a guardarmi tristemente mentre salivo in macchina per andarmene.

Una mattina le trovai agonizzanti, impazzite per quella intossicazione alimentare e ormai incapaci di riconoscermi.

Ripensando a quei lunghi giorni, prima della loro morte, ho a più riprese escluso che il loro comportamento fosse una conseguenza della malattia che le uccise, perché quella intossicazione giunse improvvisa, a seguito di una sfortunata fornitura che mi portarono soltanto pochissimo tempo prima.

Da allora penso agli animali in modo diverso; li sento vicini e uguali a noi; ho imparato non solo a rispettarli ma a considerarli capaci di capirci e di sentirci molto più compiutamente di quanto noi esseri umani possiamo essere in grado di fare nei loro confronti.

 

 

 
   

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