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Chi è Pietro pacelli

Pietro Pacelli è nato a Vallerano molti anni fà e ha impostato tutta la sua vita come riteneva opportuno, passando per esperienze di ogni tipo e pagando spesso un prezzo salato per questo “lusso”.

Vivere in modo dignitoso è certamente molto difficile. Per poterlo fare, spesso si deve cambiare aria, cambiare ambiente fino a che non riconosciamo quella che ci appare come la dimensione esistenziale a noi più consona.

I più,  per forza di cose maggiore, si adeguano, si adattano, cercano di sopravvivere accettando una logica che, pure, non condividono, ma di cui si fanno portatori sani divenendo consapevolmente o meno, strumenti formidabili di violenza.

Levi pensava che i più feroci persecutori di ebrei, fossero i tranquilli ragionieri che tenevano freddamente la contabilità dei forni crematori. Levi pensava che costoro fossero, persino, più feroci e spietati degli ideologi più fanatici della superiorità della razza.

Ci sarebbe un’altra strada: battersi, con determinazione, accettare la guerra per la vita, essere disponibili a combattere senza esclusione di colpi, a volte colpire gli innocenti.

Non tutti se la sentono. Io no di certo.

Oggi Pietro Pacelli combatte la sua battaglia per la vita, lavorando in una Società di Servizi e prestando qualche consulenza. Vive in campagna e ha cominciato ad apprezzare la deliziosa superiorità degli animali rispetto alla belva umana e la conturbante bellezza della natura, in ogni momento ed in ogni sua manifestazione.

Intervista all’autore

“a cura di Sabrina Falzone,
tratto da www.whipart.it”

– Da dove nasce l’idea di scrivere un libro sull’energia e sulla vita?

Nasce da una mia esigenza personale maturata in un momento molto particolare della mia vita; mi capitò di passare rapidamente dal successo alla crisi, sia nella vita economica che in quella sentimentale. In questi casi il cervello si autotutela e orienta l’attenzione delle persone verso altre direzioni. Si verifica che la nostra energia interiore si sveglia, guarda altri orizzonti e diviene, in qualche modo, autonoma. Così è successo a me.

– Quando ha iniziato a scrivere “La vita è una visione”?

Tre anni fa, quando, appunto, mi sono trovato nella condizione che ho descritto prima.

– “La vita è una visione” può essere considerato un testo sull’esistenzialismo? Perché?

Sì, nel senso che si occupa del dibattito sulla nostra esistenza. No, perché non aderisce a quel tipo di filone, così come lo intendiamo classicamente. Ad ogni modo risponde ad una domanda esistenzialista: se è vero che viviamo lo spazio di un attimo, come si può essere ciechi al punto di impegnare tutta la nostra vita alla ricerca di falsi obiettivi? Ciò che sta avvenendo- e con sempre maggiore intensità- nel nostro mondo? La risposta è semplice: si tratta di un errore, al quale dobbiamo riparare molto presto, se non vogliamo compromettere del tutto questa nostra unica, irripetibile esperienza di vita.

– Secondo Lei la fisica, da Einstein a seguire, assomiglia sempre più alla filosofia cosicché la scienza, la religione e la cultura è divenuta incerta e vacillante.  A tal proposito, ci può spiegare il suo punto di vista?

Le certezze di un tempo sono esaurite. Fino ad Einsten, la Fisica enunciava categorie indiscutibili e certe: la linea retta, il punto, la legge di gravità, il moto, il tempo, lo spazio, la distanza, il peso…e così via; oggi non è più così. Einstein ha dimostrato che la relatività è applicabile al tutto e che le certezze precedenti erano tali soltanto perché provenivano da un punto di vista soggettivo. Cambiando il punto di vista, veniva meno la regola che poggiava su di esso. Questa verità era ben chiara ad alcuni pensatori buddisti ed induisti che hanno parlato molte migliaia di anni fa, arrivando alle stesse conclusioni senza prove scientifiche, ma facendo ricorso alla intuizione, alla filosofia, a quella che a me piace chiamare analisi percettiva; procedimento che io uso con molta determinazione.
Per questo oggi siamo molto meno sicuri di cento anni fa, per questo ci occorre una nuova via; che certo, non può essere quella dei buffoni di corte o degli imbroglioni improvvisati.
In “La vita è una visione”, Lei affronta molti argomenti interessanti e delicati, come la follia.

– Ci può spiegare la sua concezione relativa a questo tema?

Chi dice che la follia sia tale vive in un mondo rigido, gerarchico e triste. Chi gestisce il potere delinea i confini della follia. Un tempo erano folli le donne che aspiravano ad un minimo di dignità: le chiamavano streghe. Al tempo dei Greci e dei Romani erano folli quasi tutti gli schiavi, tranne quelli che si comportavano da bravi schiavi; con Hitler erano folli e tarati tutti gli ebrei e gli omosessuali. Tutti i nostri santi cattolici sono stati considerati folle, quando erano in vita. Oggi molti considerano folli i mussulmani e gli emigranti, mentre considerano saggio chi sta distruggendo il pianeta. Si può dire che la follia sia una originalità di pensiero, spinta con decisione verso una autonomia operativa. Chi è un folle, spesso è soltanto una energia che vuole vivere liberamente o in un modo originale, altro, rispetto a quello della cultura dominante.

– Un altro argomento di cui tratta ampiamente il suo testo è il suicidio. Secondo Lei, è condannabile togliersi la vita?

No. Io stesso lo farò quando lo riterrò opportuno o, semplicemente, quando ne avrò voglia. Ritengo che non debba essere un incidente o una malattia a decidere la durata del nostro tempo. Tempo che va considerato nella sua esatta dimensione: un flash, un attimo che vola via. Mi conforta una consapevolezza: il tempo è dilatabile, un istante può durare una eternità, una giornata una vita intera, un viaggio molte vite. Ma alcune vite, trascorse nella insipienza e nella pigrizia, non iniziano mai e cessano prima di iniziare. Inoltre la vita, come dico nel libro, non cessa affatto con la morte; questo è certo e accertato. Per questo il suicidio non è assolutamente un atto negativo o ostile, ma solo un biglietto per un altro luogo. Sono anche consapevole, tuttavia, che tra il dire e il fare c’è una certa differenza, Il discorso non finisce qui e non si può risolvere in una intervista.

– Quali sono le sue personali posizioni circa l’esistenza di Dio? Crede nell’immortalità dell’anima? Perché?

Non credo nell’immortalità dell’anima, di una anima; non esiste una entità compatta che dopo la morte, si ritrova da qualche altra parte. Esiste l’energia che compone l’anima. Tale energia è costituita da miliardi di sub particelle assemblate e rese coscienti dal processo vitale. Dopo la morte l’anima si disperde, pur mantenendo sprazzi di compattezza che continuano a conservare sprazzi di consapevolezza, la cui intensità è proporzionale, appunto, alla loro compattezza.  Quegli sprazzi rappresentano la vita dopo la morte; essi si ricompongono e riacquisiscono nuove unità attive che danno origine a nuove forme vitali; non solo e non necessariamente di tipo umano. Per questo io sto molto attento quando vedo un piccolo ragno; e chi prende in giro gli indù quando rispettano le vacche è soltanto uno sciocco.
In quanto a Dio, se così ci piace e vogliamo chiamarlo, esso è la somma di tutta l’energia; ma non ha coscienza alcuna, non è buono, né cattivo; onnipotente sì, ma non misericordioso.

– Qual è l’intento ultimo del libro?

Affermare il mio punto di vista al quale credo molto. Può sembrare antipatico o presuntuoso, ma sono sicuro di avere ragione a sostenere le tesi contenute nel libro. D’altra parte ho già sostenuto che non considero la presunzione un difetto. Chi è convinto di qualcosa la deve dire a gran voce. Marco Aurelio diceva che abbiamo poco tempo e che la nostra sorte incombe. Io penso che le buone maniere, graditissime, debbano servire a rispettarci e ad aiutarci reciprocamente, non a limitare le nostra idee, la loro forza e il diritto, che hanno, di essere trasmesse ad altri.

– Quali sono i suoi consigli per vivere meglio?

Il consiglio principale è quello di rendersi conto che la vita non è, non può essere, basata sui valori che abbiamo nella nostra civiltà occidentale; i cinesi, che sono orientali, ci stanno abbondantemente superando sulla via del degrado, dell’ignoranza, dell’inquinamento dell’ambiente, della violenza civile e sociale. Altro che comunismo. Vivere meglio deve essere un processo personale e collettivo. La parte collettiva spetta alla politica; noi tutti, però, possiamo e dobbiamo intervenire sulla nostra singola parte, quella che ci appartiene esclusivamente e che possiamo modificare, migliorare. La cosa da fare è acquisire quella consapevolezza su alcune idee e alcuni valori, che mi sono sforzato di indicare nel libro.

– A quali filosofi e scrittori si è ispirato maggiormente?

Giordano Bruno, Einstein, Marco Aurelio, Stephen Hawking, Seneca, Gandhi, Berlinguer

– Ci parli, infine, dei suoi progetti per il futuro.

Mi piacerebbe che il libro avesse una forte diffusione e che fosse commentato con interesse; vorrei che vi fosse, intorno ad esso, una discussione appassionata. Vorrei che il libro riuscisse a divulgare una forte consapevolezza sui valori che in esso sono contenuti. Infine vorrei che servisse a trasformare quei valori in comportamenti conseguenti e coerenti. Spero che questo libro, nel suo piccolo, migliorando le idee e i comportamenti delle persone, possa servire a migliorare il mondo.